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FILM - SPECIALE VENEZIA 2010

Israele e Palestina: per Schnabel è una storia d'amore

venezia.GIFEra tra i titoli più attesi al Lido, Miral, trasposizione del libro autobiografico La strada dei fiori di Rula Jebreal. Il regista-pittore e suo attuale compagno ne riprende la storia, ma, preso com'è dal fare il ritratto all'amata, dimentica sullo sfondo mezzo secolo di guerre


di Andrea B. Previtera


E’ possibile abbiate sentito dire che Miral, di Julian Schnabel, è una coraggiosa pellicola filopalestinese. E’ possibile abbiate sentito dire che non è vero, che è una rappresentazione – finalmente! – imparziale del conflitto. E’ possibile abbiate sentito dire che “Miral è un piccolo fiore rosso, cresce sui bordi delle strade, ne avrete visti a migliaia”. Nei primi due casi, avete prestato orecchio a delle opinioni non propriamente analitiche. Nel terzo caso, ahivoi, avete già visto il film.
 
Ahivoi, ahimé, ahinoi, ahitutti: Schnabel riduce la questione palestinese a una scenografia senza profondità di campo su cui mettere in atto la rappresentazione di un romanzetto harmony con protagonisti e luoghi dai nomi esotici, qualche proiettile e qualche bomba. Il problema, o meglio - l’aggravante – è che questo romanzetto è in effetti l’autobiografia della compagna del regista, la giornalista Rula Jebreal. Ma, Signori Della Giuria, fingiamo per qualche riga di ignorare il reperto n.1.
 
Dunque: prima di giungere a Miral (Freida Pinto), le cui “gesta” non sarebbero state sufficienti a riempire i 112 minuti di film, veniamo sottoposti ad una sorta di bignami sulla frettolosa nascita dello stato di Israele - anche per avere il modo di impiegare in ruoli generosamente superflui un paio di nomi di calibro (Vanessa Redgrave, Willem Dafoe).
 
L’impianto registico di Schnabel: mediocri spezzoni di cinegiornale e lunghe inquadrature sfocate dietro cui forse si nasconde (davvero bene) un qualche intento artistico/emotivo. L’impianto narrativo della Jebreal: alcuni dialoghi didascalici da fotoromanzo cisgiordano, un terzo di retorica e due di melassa. Poi, la parata degli stereotipi: la giovane coppia mista palestinese/ebrea che mostra al mondo come l’amore vinca sopra ogni cosa, il padre adottivo saggio e malato, l’amante adulto e rivoluzionario. 
 
jebreal.jpgTuttavia, l’elemento davvero deplorevole di questa operazione non è nella qualità del prodotto in sé. Perchè se anche Miral fosse stato un kolossal, un capolavoro tecnico ed interpretativo, sarebbe comunque rimasto essenzialmente questo: la storia dolorosa di un popolo resa al servizio dell’autocelebrazione di una giornalista, il tutto portato alla ribalta cinematografica dal compagno della medesima. Quindi ci viene esposto con grande chiarezza che Miral è molto bella, Miral è intelligente, Miral è coraggiosa, Miral è integra – ma il punto è che Miral non è un personaggio di fantasia.
 
Allora un brivido percorre la schiena, quando la pellicola arriva a fine corsa con una didascalia che ci informa “Miral oggi è una giornalista, scrive libri di attualità ed è inviata in tutto il mondo” (o qualcosa del genere). Sappiamo benissimo chi è Miral, e Rula Jebreal sa benissimo di essere se stessa. Che cosa accade esattamente, cos’è questo conflitto tra culto della personalità, ideali, finto riserbo? Cos’è questa ideale cartolina da cui un viso di modella in primo piano ci sorride con denti bianchissimi su uno sfondo confuso di fuochi e cadaveri?
Un militare israeliano, nel film, domanda alla protagonista che nome sia Miral. Se lo avesse chiesto a me, avrei risposto che “il nome Miral è una soglia, l’ultimo velo a separare una semplice indecenza da un’indecenza sfrontata”.



Tags: Andrea B. Previtera, Freida Pinto festival, Gaza, israele, Julian Schnabel, Miral, mostra, palestina, recensione, Rula Jebreal, Venezia 2010,
09 Settembre 2010

Oggetto recensito:

Miral, di Julian Schnabel, Francia/UK/Usa/Israele 2010, 112 M.

giudizio:



6.204708
Media: 6.2 (17 voti)

Commenti

"Miral" è irritante,

4.05

"Miral" è irritante, ridondante e controproducente per qualunque causa si voglia sostenere. Tutto è asettico e patinato fino all'irreale. Quattro ombrelli, anzi 5 (uno è per la colonna sonora superficialmente struggente). Daccordissimo con Andrea B. Previtera.

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