
Memoria e oblio
Memoria e oblio si danno la mano. Così deve essere. Non la mano di due che s’incontrano e si salutano: buongiorno, buonasera. Ma la mano di due amici per la vita: un patto d’onore, un’affermazione di lealtà. Come tra due fratelli di sangue. Tra due gemelli. Siamesi. Uno attaccato all’altra. Indissolubili - e che mai nessuna operazione chirurgica provi a separare la sorella buona dal fratello cattivo, la memoria dall’oblio. Divisi, si sviliscono; perdono senso, energia, valore; periscono.
Pensavo questo continuando a leggere del Giorno della Memoria. E pensavo anche: ricordare non serve a evitare che le cose riaccadano, né in guerra, né in amore; avere memoria è alla base dell’apprendimento, è la condizione del sapere e dell’essere comunità. Dovrebbe servire a comportarsi per il meglio, quando le cose ricapitano, quando si ripetono gli errori e gli orrori, i fallimenti, persino le felicità. Dovrebbe aiutare a correggersi, a scegliere il comportamento giusto secondo coscienza e secondo diritto.
Per avere memoria, però, devi frequentare l’oblio. Devi fare spazio in te, devi scegliere, e devi dimenticare: a volte lasciando andare il ricordo, lasciandolo spegnere, a volte gettandolo dietro di te, a volte nutrendoti e digerendolo, fino ad espellerne le scorie. Solo così puoi perdonare, ad esempio.
Come direbbe Groucho Marx: non voglio stare in un posto dove tutti si ricordano tutto di me. È una questione di leggerezza, non di superficialità. La memoria prevede una moria di me, grazie alla quale posso andare avanti. Così come l’oblio prevede la dimenticanza dell’io. Nessuna delle due parole parla degli altri. Agli altri devi pensarci tu, un po’ ricordandotene, un po’ dimenticandoli.
NOTA LIBRI
Per chiuderla con l’elenco. Avendo scelto di seguire i consigli arrivati sul sito, alla mia e-mail e per telefono; avendo deciso di considerare anche gli sconsigli; avendo pensato di alternare romanzi, racconti e saggi; ecco la lista da cui pescherò nei prossimi mesi, con l’idea poi di renderne conto.
Sillabari di Goffredo Parise. Perché ho la fortuna di non averlo ancora letto e sembra imperdibile.
Le parole e le cose di Michel Foucault. Perché contiene mille libri, è una mappa del mondo e del sapere del mondo.
American tabloid di Ellroy. Perché mi sto perdendo l’America e voglio provare a conoscerla, a riconoscerla.
La notte dei calligrafi di Yasmine Ghata. Perché c’è la Turchia, Oriente Occidente, e la calligrafia, ed è sottile.
I signori degli orizzonti di Jason Godwin. Perché ho letto due suoi romanzi e voglio un po’ di sua storia dell’impero ottomano.
Memoria del fuoco di Eduardo Galeano. Perché lo puntavo da un po’: racconti brevi da assaggiare a poco a poco. Monumentale, durerà a lungo
La connessione di tutte le cose di Selden Edwards. Perché mi incuriosiscono le connessioni e i romanzi che attraversano i tempi.
Storia di Neve di Mauro Corona. Perché voglio leggere italiano, Mauro è un amico, so che è un buon romanzo.
Le campane di Bicêtre di Georges Simenon. Perché è Simenon, lesto nello scrivere, lesto da leggere, sempre capace d’incanto.
Ricamare il mondo. Perché mi piacciono le carte geografiche, e questi sono piccoli saggi su donne e mappe.
Tengo in panchina Galimberti, Kundera, Waugh, Thubron e Pamuk – verranno buoni anche loro. Mi accorgo adesso che manca un libro di poesia. Non è possibile. Lo scelgo da solo.
Commenti
Ricordare i momenti più
Ricordare i momenti più belli, quando si vorrebbero dimenticare quelli meno lieti, questa è la "ricetta" del viver bene. Cercare di dimenticare tutto il male ricevuto, i torti, le ingiustizie subite e guardare avanti, Pensare ad un nuovo amore se il precedente è finito o non esiste proprio, essere proiettati in un futuro positivo, anche se al momento non è così: certo, più facile a dirsi che a farsi, ma almeno provarci. Ma soprattuto, non smettere mai di sognare e sperare che un tempo migliore esiste, verrà per tutti, prima o poi, al momento giusto, ciò e chi è giusto per noi.
Curioso. Ci pensavo anch'io,
Curioso. Ci pensavo anch'io, in questi giorni, nella stessa occasione, all'oblìo. Una bellissima parola da pronunciare. Ha un suono lento. Un andamento vischioso, che avvolge e trascina via con sé solo ciò che si lascia portar via. Ci sono ricordi a cui ciascuno di noi affida una predisposizione all'oblio. Troppo dolorosi. Troppo imbarazzanti. Troppo difficili da ammettere o da accettare. Non penso che sia un problema di spazio della memoria: è semplicemente più semplice dimenticare. Più comodo. Io preferisco invece, ogni tanto, ricordare. Anche una volta all'anno, ciclicamente. Come in una specie di giostra, in cui ogni tanto ti ripassano davanti il cavallo bianco, sereno, elegante, ma anche quello nero, minaccioso e cupo. Meglio di niente. Meglio ricordare. Perché anche chi non sa, chi non si immagina, chi non crede, almeno sappia. Perché una volta scomparso anche l'ultimo testimone, la storia rischia di essere scritta diversamente. Perché solo ricordando posso provare a perdonare. Ma non è detto che ci riesca.
Ciao Gian Luca, i tuoi
Ciao Gian Luca, i tuoi interventi sono sempre meravigliosi e ricchi. Però, mi viene da pensare che le persone, normalmente, non hanno memoria e si perdano invece nell'oblio televisivo, così che è la sorella ad essere cattiva e il fratello buono. Certo, buono, si fa per dire, perché la televisione è tutto fuorché buona. In realtà oblio e memoria sono solo strumenti ed è l'uomo che fa la differenza, alla stessa maniera di quando dici che l'io dovrebbe dimenticarsi nell'oblio, però purtroppo le persone questa cosa non la capiscono. La questione è un'altra ed è stata esposta da Lisa, quando dice che anche il corpo ha memoria. Quando noi viviamo un'esperienza, viviamo intensamente quella storia e la ricordiamo insieme a tutte le emozioni ed energie che erano coinvolte; quando la raccontiamo esprimiamo insieme alle parole anche queste energie. Sta nell'ascoltatore percepire, oltre che le parole, anche quell'esperienza sottile. Ma spesso ci lasciamo trasportare dalle parole, che insieme ai ricordi fanno risalire dentro di noi i nostri ricordi e i pensieri che ci si sono attaccati, così perdiamo l'occasione di fare nostra l'esperienza dell'altro e di viverla come se fossimo stati presenti. Quando studiavo shiatzu, nei dojo si raccontava che l'allievo migliore non impara solo la tecnica, quella che si studia e si pratica meccanicamente, ma ruba l'esperienza dal maestro: quel quid misterioso che distingue un esecutore e un artista. Quante occasioni abbiamo perso? Alla fine è un po' come dire, in un gioco a due, che per saper fare del bene devi conoscere il male. O come usava dire il mio maestro di shiatzu: se vuoi fare del bene sappi sopportare il male che deriverà.
Mi sono chiesta spesso dove
Mi sono chiesta spesso dove risieda veramente la memoria, e così l'oblio. Anche il corpo ha memoria, non solo l'anima o l'esperienza che essa vive. Per esempio: se ti ferisci un braccio per un po' il dolore fisico te lo fa muovere diversamente, in maniera più cauta. Quel nuovo muovere assorbe conoscenza e fa sì che tu possa imparare qualcosa di te attraverso una momentanea menomazione. L'oblio si porta via il dolore, fa spazio, ma lascia dietro di sé l'eredità di una nuova consapevolezza da mettere in memoria e da trasformare in ciò che si desidera. Credo che in fondo memoria ed oblio siano la trama e l'ordito della realizzazione di sè e del mondo. Sta a noi, poi, scegliere il disegno.
Parole, le tue, dal taglio
Parole, le tue, dal taglio fine ed accurato. Un'indagine delle e sulle parole, nella loro essenza, un viaggio fino al nucleo. Il guscio è la loro scrittura. Sono convinta che un termine abbia altresì un karma, una sorta di coscienza spirituale che ritorna in forma positiva o negativa a seconda dell'uso che si fa di quel significato. L'oblio: uno specchio convesso. La memoria: uno specchio concavo. L'uno non trattiene appieno, tende a respingere. L'altro include, ingloba, si rifocilla di continuo, diventa sfera. E rotola lasciando scie dietro sè; lascia tracce. Oblio: un suono circolare e veloce e scuro. Memoria: un suono arioso, aperto, fluttuante. Un'onda con risacca. Che va schiumata. La schiuma in eccesso finisce nella "caverna" dell'oblio. Mi piace rappresentarle così queste due parole gemelle, questo bi-polarismo yin e yang intrinseco viaggia su di un binario comune. Purtroppo il più terribile dei binari, scalcinato, arruginito, ma che per forza bisogna ripercorrere. Una direzione forzata che gli ingranaggi di una mente altrettanto arrugginita ha voluto peseguire per ragione che ancora oggi il "me mos", il "mio (ma un mio declinato al plurale) modo, la mia consuetudine di pensare, esclude a priori, non formula nemmeno. Una bestiale atrocità quale fu la shoah non aveva e non ha diritto e ragione d'esistere. Certi timbri sono talmente idelebili che la carne diventa memoria essa stessa. Allora qui l'oblio può solo indossare i panni di un padre buono e consolatore, che con un caldo abbraccio cerca di alleviare un gelo irreparabile.
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