Tuona per qualche ora l’allarme sul web. È giallo e la fantasia corre alla ricerca di indizi, di tracce sulla Carta e il Territorio e, a chi ha...

di Gianluigi Ricuperati
Art Spiegelman e l'albero della conoscenza
Ho conosciuto Art Spiegelman perché non ne potevamo più della conferenza cui entrambi stavamo assistendo. Quando avevo 22 anni, nel ’99, mi era capitato, nel corso di una delle vite che sarebbero potute essere, quella di funzionario editoriale, di redattore editoriale, di tradurre per Einaudi un testo grazioso e bizzarro, The Wild Party, di Joseph Moncure-March, un poemetto in stile jazz age che raccontava in versi la devastante china alcolica, tossica e omicida di una festa: una festa di americani durante il proibizionismo. L’autore è noto per aver scritto quello e un altro testo in versi, la biografia di un pugile, poi basta. William Burroughs, l’eroe tossico, alcolico e omicida della letteratura americana del XX secolo, aveva visto nei ritmi e nella spregiudicatezza di Moncure-March un modello, un esempio, un se stesso anteriore, un fratello interiore. Il libro, The Wild Party, era stato resuscitato dalle nebbie per merito di Art Spiegelman, autore di Maus e nume della narrazione per immagini. Spiegelman aveva istoriato i versi liberi di Moncure-March di frammenti disegnati, oscuri e divertenti, che puntellavano l’intera vicenda, la riempivano di echi impensati: la dotavano di un occhiolino postmoderno. Ricordo di esser stato felice quando ho capito che mi avrebbero permesso di scrivere la quarta di copertina. Ricordo che Tuttolibri aveva messo il libro in prima pagina. Ricordo che l’Einaudi aveva fatto un errore, stampando le diecimila copie della tiratura in carta lucida anziché opaca, e Spiegelman si era imposto per mandarle al macero e ripetere l’intera operazione.
Circa sei o sette anni dopo, almeno tre o quattro incarnazioni dopo, mi sono trovato su un marciapiede di Manhattan, al freddo, fuori da un teatro in cui Lawrence Weschler aveva organizzato una entusiastica rassegna di voci contro Bush. Una di queste voci era puntuale, precisa, ma irrimediabilmente noiosa: una sequenza di dati e ragionamenti contro il sistema delle multinazionali del tabacco. Art Spiegelman, noto fumatore, dava segni di nervosismo. La moglie, Francoise Mouly, editor delle copertine disegnate del New Yorker, pure. Io li seguivo come un piccolo spettacolo di volti e fastidio, assai più intrigante di quello ufficiale. A un certo punto, ricordo, li ho visti alzarsi, dirigersi verso l’uscita, come in preda a un desiderio urgente, come fanno le coppie appena conosciute. Ricordo di essermi alzato anch’io, perché sapevo che non si erano appena conosciuti, e sentivo il bisogno di parlare di The Wild Party con Spiegelman. Dopo averli cercati nella hall, nei bagni – no, scherzo – nei corridoi, senza alcun successo, ricordo di esser sceso e di averli visti inquadrati nella cornice di vetro dell’ingresso del teatro. Stavano fumando.
Una stretta di mano, la rievocazione del libro di Moncure-March, gli occhi di Spiegelman che brillavano di gioia nella nuvola di nicotina. The Wild Party era una questione di cuore, per lui, e si vedeva. Ricordo il disegnino con cui mi ha sintetizzato in un francobollo di carta occasionale l’indirizzo e il numero di telefono. Ricordo di aver pensato con anticipo elettrizzato a tutte le idee e le storie che avrei potuto trarre in futuro dalla sua frequentazione: come dice un caro amico scrittore, scuotendo l’albero della sua conoscenza per farne cadere i frutti. Ricordo il mio tentativo disperato e stupido di fotografare il momento, di nascosto. E ricordo la sua frase, armeggiando con la sigaretta come se fossero stelline: “Non è disgustoso sentir parlar così male di queste?”.
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Inserito da Gianluigi Ricuperati - 21 dicembre, 2009 - 13:15
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