
Il colore viola
Nel mondo dello spettacolo, dicono, indossarlo porta una rogna tremenda. Impensabile presentarsi in teatro con una maglia, una sciarpa, un foulard o una giacca viola, a rischio di farsi additare da menagramo e registrare con imbarazzo i gesti apotropaici e scacciamalocchio indirizzati alle parti basse del genere maschile.
Qualche giorno fa ho messo, con disinvoltura, un caldo golf cachemere di Brunello Cucinelli, per andare in trasmissione su Quarta Rete durante la diretta di Serata Juve: non sai quanti tifosi hanno apostrofato il colore della mia maglia, che innocentemente esponevo sotto la giacca grigia. Di tenerla allo stadio non sia mai, che qualcuno la collegasse ad un eventuale tifo per la squadra di Firenze che io, gobbo dalla nascita, invece detesto cordialmente.
Insomma quella del viola è davvero una maledizione. Ed è un peccato perché nell'ultima stagione va davvero di moda, nelle diverse tonalità, dal malva al lilla, ed è facile da abbinare, col bianco, il nero, il blu, il grigio. Fino a pochi giorni fa me ne sono fregato, e da Dandy del Giudizio ho continuato a portare maglie, sciarpe e berretti viola nonostante il (pre)giudizio negativo e pseudo-iettatore. Ma ora sono costretto a malincuore a deporre le armi, dopo aver visto Antonio Di Pietro e diversi esponenti del Pd adottare il colore viola nella loro personale e velleitaria protesta ad personam contro il Presidente del Consiglio.
Certo, alla manifestazione mai ci sarei andato, essendo notoriamente schierato altrove e molto lontano da costoro, ma in democrazia ognuno faccia ciò che vuole e scenda pure in piazza, se lo ritiene giusto. Però lasci stare il bel colore viola e lo restituisca alla libera fantasia delle persone libere. La mediocrità si veste meglio di toni spenti e anonimi, chessò un begiolino, un grigino, un marroncino.
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