Tre anni dopo Rosso Malpelo, Pasquale Scimeca torna a lavorare su un romanzo di Giovanni Verga. Interpretata perlopiù da attori non professionisti, la famiglia di pescatori viene traghettata in un presente di miserie e furberie, sullo sfondo di una Sicilia fin troppo simile a quella dell'autore verista
di Andrea B. Previtera

Questa recensione è falsata. No, non suona molto bene – troviamo una forma diversa per esprimere ed estendere il medesimo concetto... ecco – questa recensione è cucinata. Come un pesce. Pulita dunque, innanzitutto, della testa e della coda.
Mettiamola così: la versione di Malavoglia di Pasquale Scimeca, cui abbiamo assistito in anteprima, presentava un numero sufficiente di fotogrammi tecnici (diciamo una lisca) tale da far supporre che si trattasse di un montaggio provvisorio, arrangiato in occasione del Festival di Venezia. E allora, sentiamoci autorizzati a recensirlo tagliando via di nostro pugno anche la prima e l’ultima scena. Lasciando solo la carne bianca.
Parliamo, allora, di questo filetto - e lasciamo gli scarti alla fine, per un’ultima occhiata prima di gettarli ad un eventuale gatto di passaggio. Malavoglia è una rivisitazione dell’omonimo lavoro di Giovanni Verga, e ne conserva l’ambientazione tutta sicula, ittica e marittima – trasponendola in un ventunesimo secolo di scafismo, mafiucce e gioventù bruciacchiata in cui l’unico elemento immutabile resta una povertà diffusa.
Il film si articola sugli opportunamente modernizzati rapporti tra i membri della nuova famiglia Malavoglia. Restano come da romanzo la casa detta “del nespolo” e la barca Provvidenza a fare da centri di gravità allo svolgimento della trama. E una trama in effetti non c’è: rimbalzano piuttosto tra loro, come palle di biliardo, una serie di eventi tutti propulsi unicamente da pressioni economiche. C’è appena spazio per qualche bacio ed un paio di relazioni vissute più con necessità di distrazione che con una vera e propria passionalità, e questo è quanto.
I dintorni del siracusano offrono l’estetica, ben impiegata, del frangersi e infrangersi delle onde, onde d’acqua salata così come di destino dal sapore altrettanto forte. Colori lividi di un susseguirsi di albe e notti di pesca o di raccolta nelle serre, di vite per le quali il giorno vero e proprio è estromesso dalla necessità di raffigurazione.
Semplicismi dal sapore televisivo e ingenuità assortite contrastano in buona parte gli intenti, ma non riescono fino in fondo a scardinare la godibilità dell’operazione. Certo c’è l’imbarazzante musica “rap” (con le virgolette) del figlio semiribelle Antonio, e numerosi momenti interpretativi dozzinali che si posizionano in un limbo sgradevole a metà strada tra il grezzo genuino del vero “attore di strada”, e la professionalità dell’attore di ruolo.
Una pellicola che - utilizziamo una consona povertà verbale - “va bene”. E questo, è il momento di venire agli scarti che abbiamo deciso di non prendere in considerazione. Testa: un’introduzione assolutamente superflua e stucchevole, che compromette da subito allo spettatore l’opportunità di considerare la storia come uno scorcio plausibile, verista. Coda: un epilogo buonista talmente puerile sia nelle intenzioni che nell’attualizzazione da lasciare a bocca aperta.
Permettendoci quindi di raccomandare questi due colpi di mannaia a Scimeca, vi suggeriamo intanto di non scartare necessariamente Malavoglia, ma di improvvisarvi montatori e chiudere occhi e orecchie al momento giusto: ne vale la pena per uno scenario che esiste ancora oltre le macchine da presa, senza neanche il lusso del lieto fine prima dei titoli di coda.
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I Malavoglia, Pasquale Scimeca, Italia 2010, 94 M

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