Non è solo per i recenti fischi a Bonanni e Angeletti al congresso della Cgil: oggi più che mai i sindacati sono lontani dall’unità. Eppure la risposta alla crisi può venire proprio da un mondo del lavoro che sappia modernizzarsi. E superare le divisioni
di Giuseppe Berta
La ricorrenza del Primo Maggio si è celebrata quest’anno in un tono minore e dimesso ancor peggio degli anni scorsi. Ha certamente pesato la cappa d’incertezza che la crisi ha gettato sull’occupazione, anche se il clima di preoccupazione sociale non ha finora contribuito a una ripresa importante dei temi del lavoro.
Non a caso, l’attenzione si è focalizzata sulla questione se debbano essere concesse o no deroghe significative alla chiusura festiva delle attività commerciali che contribuiscono a rendere animate le nostre città anche nelle date in cui, per consuetudine, la sospensione del lavoro era generalizzata. Questa tendenza al cambiamento delle abitudini e dei modi di vita si accompagna inevitabilmente a una celebrazione sempre più ritualistica della Festa del Lavoro. Le piazze sono state così ancora suddivise fra i rappresentanti dei tre sindacati che, per una volta almeno, hanno cercato di passare sotto silenzio le loro contrapposizioni.
Eppure, è difficile sfuggire a un’impressione di anacronismo quando si guarda alla situazione sindacale dell’Italia d’oggi. Anzitutto perché la divisione in tre confederazioni del lavoro distinte rappresenta l’ultimo lascito visibile dell’epoca della Guerra Fredda, che nessuna delle trasformazioni vissute dal sistema politico ha fin qui scalfito. Cgil, da una parte, e Cisl e Uil dall’altra restano organizzazioni che si fronteggiano con lo stesso senso di diversità di cinquant’anni fa. Con la differenza che allora si ipotizzava la possibilità di superare questo contrasto, mentre adesso ci siamo rassegnati a considerarlo permanente in maniera irrimediabile.
A uno sguardo d’insieme, la realtà sindacale del presente non risulta affatto incoraggiante. Da lungo tempo il sindacato non smuove le passioni collettive che hanno fatto la sua forza nell’Autunno Caldo del 1969 e in seguito. Appare piuttosto come un’organizzazione largamente burocratica, volta spesso ad amministrare con parsimonia il proprio presente, e priva, al pari della società italiana nel suo complesso, di una prospettiva di futuro.
Ben di rado i congressi costituiscono delle occasioni per svolte importanti delle organizzazioni che li promuovono. Dunque, è probabile che nemmeno dalle assise di Rimini della Cgil usciranno grandi segnali di rinnovamento. Eppure, oggi in particolare, le condizioni per una svolta ci sarebbero. E non soltanto perché questa crisi, che continua a ripercuotersi sui livelli dell’occupazione, dovrebbe stimolare la capacità d’inventiva di grandi soggetti sociali come i sindacati. Ma perché nei mesi e negli anni a venire il mestiere sindacale sarà sollecitato a mutare e anche a innovarsi.
Basta pensare al confronto in atto in queste settimane fra la Fiat e le rappresentanze dei lavoratori. Il piano strategico che Sergio Marchionne rappresenta una sfida in questo senso. Ma forse i sindacati metalmeccanici, un tempo punta di diamante del mondo del lavoro, potrebbero raccogliere questa sfida. E non semplicemente per concedere alla Fiat la maggiore flessibilità che essa ora domanda, ma per restituire un cardine alla loro strategia. Un sindacato disposto a misurarsi con autorevolezza e competenza con l’impresa sulle questioni del lavoro e della produttività non sarebbe affatto condannato alla subalternità. A condizione di investire intelligenza, risorse e credibilità in quest’operazione, così da poterne poi rivendicare i vantaggi per i lavoratori. Se mai ci sarà la ripresa di una prospettiva unitaria per il sindacato, potrà derivare soltanto da questo approccio.
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