DISCHI
Dio, amore e morte: apriamo il testamento di Johnny Cash
Esce Ain’t No Grave, l’ultima opera del folksinger americano scomparso nel 2003. Un disco in cui c'è il senso della fine imminente, ma anche un'intensa vitalità. E un pizzico di ironia
di Simone Dotto
Se i testi e la scelta delle canzoni dicono il vero, il folksinger dell’Arkansas aveva sentito avvicinarsi la fine già durante le ultime sedute in studio di registrazione. June Carter, compagna di una vita, non se n’era andata da nemmeno qualche mese e già lui si preparava per raggiungerla. “Incideva ogni giorno. Continuare a incidere era tutto ciò che gli permetteva di andare avanti”, ricorda il produttore Rick Rubin nelle righe che accompagnano il disco. Fu proprio grazie a lui – e alla serie degli American Recordings, nata in seguito al loro primo incontro nel ‘94 - che Cash uscì allo scoperto dopo un lungo oblìo discografico per presentarsi a nuove generazioni di estimatori. La mano di Rubin, abituata ad andarci pesante con formazioni di ambiente rock-metal, troverà invece per la sua musica un tocco essenziale, scarno, mai invasivo. Di fatto, si limiterà a fornirgli i musicisti giusti e a passargli la materia prima: diversi spartiti delle estrazioni stilistiche più disparate, che il man in black rimastica con la verve di un Humphrey Bogart della canzone. Aria vissuta, sguardo dolente e l’immancabile mozzicone di sigaretta a ciondolargli fra le labbra.
Da buon cristiano qual era, Cash ha scelto di accomiatarsi cantando di tutti e tre temi più elevati: Dio, Amore e, appunto, Morte. Perciò, chi ascoltasse Ain’t no grave aspettandosi solo quest’ultima, sarebbe sorpreso nel ritrovarci anche una vitalità intensa: nella commozione che muove la voce del suo autore, nelle pieghe di un disco (nonostante tutto) imperfetto e nell’umanissima schizofrenia d’umori con la quale viene affrontato proprio il tema della morte. Ora coraggioso e quasi spavaldo, ora serenamente convinto dell’esistenza di un aldilà ad attenderlo, ora più timoroso e ora addirittura ironico. La ballata hawaiiana che chiude il disco, Aloha oe, è un tocco insolitamente dissacrante, messo a spezzare la solennità di quella che dovrebbe essere un’opera-testamento: “Here I depart ’til we meet again” (“me ne vado, finchè non ci rincontreremo”). Più che un addio struggente, un affettuoso arrivederci.
Tags: ain't no grave, American Recordings, country, Humphrey Bogart, I Corinthians 15.55, johnny cash, man in black, Redemption day, Rick Rubin, Sheryl Crow, Simone Dotto,
19 Marzo 2010
Oggetto recensito:
Johnny Cash, American Recordings VI – Ain’t No Grave, Lost Highways
Curiosità: il giorno dell’uscita del disco - 26 febbraio 2010 - Johnny Cash avrebbe compiuto 78 anni
Citazione/1: “Oh life, you are a shining path / and hope springs eternal just over the rise / when I see my redeemer beckoning me.” (Oh, vita sei un sentiero luminoso / e le primavere della speranza sono eterne subito dietro la salita / quando vedo il mio redentore chiamarmi” da I Corinthians 15.55)
Citazione/2: “There is a train that's heading straight / To heaven's gate, to heaven's gate / And on the way, child and men / And women wait, watch and wait/ For redemption day” (“C’è un treno che sta andando dritto / ai cancelli del paradiso, ai cancelli del paradiso / E sulla strada, i bambini e gli uomini / e le donne aspettano, guardano e aspettano / il Giorno della Redenzione”, da Redemption Day)
In dvd: nel folto strascico di pubblicazioni “alla memoria” che sempre seguono alla scomparsa di una leggenda, segnaliamo il dvd Johnny Cash Singing at his Best edito da Inhaustik, un’antologia di rarità video e comparsate televisive del cantante americano
giudizio:

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