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TEATRO

Barbablù a pezzi

Torna in scena a Brescia uno storico spettacolo dei fratelli Lievi. Amore e sangue in un racconto visivo frammentato, che anticipa le invenzioni del teatro contemporaneo


di Nicola Arrigoni


Per leggere Barbablù di Cesare e Daniele Lievi, contenuto e contesto devono andare di pari passo. Barbablù dei fratelli Lievi ha una genesi lontana e un’attualità stringente. Lo spettacolo fu presentato alla Biennale Teatro nel 1984 ed è stato ripreso nel 1992 al Festival di Cividale del Friuli nella doppia versione in italiano e in tedesco, conquistandosi il consenso dei teatri di mezza Europa. 
 
Ora Barbablù torna in scena per volere dello stabile bresciano e per celebrare i vent’anni della morte di Daniele Lievi, premio Ubu alla memoria nel 1992. Il pretesto celebrativo – all’allestimento si affiancherà una mostra dedicata all’artista gardesano che verrà inaugurata l’8 gennaio – motiva il recupero di uno spettacolo con quasi trent’anni di storia, che racconta di un’avanguardia fondamentale per la ricerca del teatro visivo e performativo di oggi.
 
barbablù2.JPGBarbablù è il prologo della trilogia della scatola nera: Tra gli infiniti punti di un segmento (1995), Il giorno delle parole degli altri (1999) e Radici di due (2000), una ricerca teatrale in cui parole, immagini e corpo attoriale sono un tutt’uno, ma soprattutto è protagonista il gioco fuori-scala dell’attore in carne ed ossa, prigioniero ed elemento scenico di uno spazio a incastri che guida la visione dello spettatore. Questa elaborazione estetica, che poi diventa lo stile narrativo dei fratelli Lievi, trova una sua genesi proprio in Barbablù, che oggi si mostra allo spettatore come un oggetto precursore di molta scena contemporanea. 
 
Barbablù non è uno spettacolo, ma è un’installazione d’arte che parte dalla grande tradizione tedesca del teatro delle marionette e la fa esplodere, affidandosi al frammento poetico, originariamente concepito proprio per marionette, del poeta austriaco Georg Trakl, vissuto a cavallo fra Otto e Novecento. 
 
Amore e morte sono il filo conduttore della storia di Barbablù a cui assistiamo da una finestra come muti testimoni. Perché il vecchio che guarda dal vetro l’ennesimo matrimonio della vittima sacrificale di turno è il nostro corrispettivo. Tutto si compie nella visita di sette stanze, fino ad arrivare all’ultima, proibita, all’interno della quale c’è putrefazione e morte. 
 
barbablù4.JPGAmore illibato e sangue che scorre, paura e sublime terrore trovano in Barbablù un racconto visivo fatto a pezzi, in cui lo sguardo dello spettatore è costretto a muoversi tra le immagini definite dai mobili, che mostrano i corpi degli attori, le mani o i volti urlanti, e le scenografie stilizzate o ricche che ricordano Klimt e gli artisti della Jugenstill fino ad arrivare alla razionalità di Mondrian. Lo sguardo dello spettatore si ritrova costretto ad assolutizzare particolari anatomici e a raffrontarsi con la perdita della prospettiva sulle dimensioni di oggetti e attori. A tanta costrizione di visione si aggiunge il compito di ricomporre la narrazione frantumata nel susseguirsi delle scene. 
 
L’effetto, a tratti spiazzante, è comunque intrigante e vive di una sua splendida coerenza estetica. Nelle invenzioni visive del teatro contemporaneo, di strada ne è stata fatta, forse anche grazie a quell'avvenieristico Barbablù di Daniele e Cesare Lievi.



Tags: amore, barbablù, cesare e daniele lievi, festival di cividale del friuli, georg trakl, marionette, Nicola Arrigoni, premio ubu, sangue, teatro stabile bresciano,
30 Novembre 2010

Oggetto recensito:

BARBABLÙ di Georg Trakl, traduzione e regia di Cesare Lievi

Produzione: Ctb - Teatro Stabile di Brescia 
 
La locandina: scenografia e costumi di Daniele Lievi; progetto luci di Gig Sacomandi con Emanuele Carucci Viterbi, Maria Alberta Navello, Cecilia Campani, Jacopo Crovella, Marco Cupellari, Ermelinda Pansini; assistente alla regia Idelson Da Silva Costa; capi elettricisti Cesare Agoni, Roberto Chiodi; capi macchinisti Guglielmo Fratti, Oscar Walter Vettore; fonico Flavio Martins dos Santos; scenografa realizzatrice Rossella Zucchi

In scena: fino al 19 dicembre al Teatro Santa Chiara di Brescia

giudizio:



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