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TEATRO

L'Italy che canta e viaggia

Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa danno voce un vecchio e sempre sottovalutato componimento di Giovanni Pascoli sull'immigrazione italiana in America. Buone le prestazioni di entrambi, ma non sempre l'attualità di quei versi si presta ai toni grandattoriali o all'accompagnamento delle canzoni 


di Igor Vazzaz

 


Prendiamo due artisti, un cantante e un attore, professionisti seri, apprezzati e apprezzabili, che uniscono favore di critica e celebrità, pur restando di nicchia, il che, se non garantisce introiti massicci, contribuisce non poco in termini di charme. Prendiamo uno dei nostri maggiori poeti, d’indubitabile statura artistica, benché non sempre, nella vulgata scolastica, gli si riconoscano i giusti meriti quanto a innovazione, preferendogli il pavone coevo (da non sprezzare come fatto dalla critica postbellica, non senza colpe) o i casinisti d’avanguardia manifestatisi di lì a poco.
 
Prendiamo, infine, uno dei poemetti più belli del suddetto autore, racconto in versi che unisce sperimentalismo linguistico a narrazione profonda, affrontando uno dei temi più tragici e importanti della sua epoca, l’emigrazione massiva e disperata che vide gli Italiani non nella veste di recettori, come ai nostri giorni, bensì popolazione in fuga dalla miseria alla cerca di terre più accoglienti, d’un futuro che in patria pareva impossibile.
 
È in vista del centenario della morte di Giovanni Pascoli, datata 6 aprile 1912, che Gianmaria Testa e Giuseppe Battiston si consorziano a realizzare Italy. Sacro all’Italia raminga: lo spettacolo unisce le canzoni del cantautore piemontese alla lettura che l’attore friulano rende, appunto, di Italy, capolavoro d’oltre quattrocento versi che il poeta romagnolo compone ispirato da un fatto reale occorso a Caprona, suo paese d’adozione, arroccato borgo montano nei pressi di Barga, in quella Mediavalle che costituisce l’ultimo avamposto tra Lucca e la Garfagnana. 
 
Unire musica, poesia e performance è un processo doveroso, benché ad alto rischio: l’orecchio contemporaneo è poco avvezzo all’ascolto autentico, imprescindibile per la poesia, senza contare che il divorzio tra quinta arte e canto, uniti storicamente da stretto connubio, s’è da secoli consumato nel nostro sistema culturale. Non basta, quindi, restituir voce alla poesia, si deve costruire una cornice efficace che consenta alla performance di tenersi e al pubblico di sintonizzarvisi. Gli esempi non mancano: last but not least il Benigni dantesco che, al netto della piattezza descrittiva (l’inflazione di "magnifico", "stupendo", "bellissimo", poca giustizia rende alla profondità del divin dettato), nell’avvicendare prologo, contestualizzazione storica, esegesi del testo, trova, infine, nella (ri)lettura completa e ininterrotta del canto il vero obiettivo dell’intera struttura performativa. 
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Testa e Battiston percorrono altre strade: dopo un’introduzione musicale (Merica Merica, canto popolare veneto del secondo Ottocento), l’attore tiene una prolusione storica sull’esodo italiano antecedente alla Grande Guerra, citando peraltro "La grande Proletaria si è mossa". Si passa al poema, esposto con voce flautata, profonda, lieve: le terzine incatenate si susseguono, l’idioma poetico pascoliano qui più che altrove si nutre d’anglismi, prestiti dialettali, neologismi fecondi, in un trionfo d’intensità, d’autentica urgenza nel narrare la picciola vicenda di poor Molly, figlia d’emigrazione che si trova malata in un paese e in un mondo sconosciuti, ma che, alla fine, imparerà ad amare.
 
Ed è al termine delle prime tre stanze che Gianmaria Testa torna a cantare: altra scelta ardita, appaiare le parole d’un tempo a quelle di oggi, poema a canzone, giacché il cantautore esegue, d’ora in poi, brani del proprio repertorio. Chitarra sfiorata, voce calda, resa sonora perfetta, anche troppo, quasi estetizzante: indugia sui bassi, su un roco di vaga marca fossatiana, e quindi apollineo, passibile d’eccessiva costruzione.
 
Difficile dire se miscidare poesia e canzone sia legittimo, non per improponibili principi di magistero, ma per pura efficacia scenica. La stessa che viene parzialmente compromessa dalla successiva declamazione, sempre in crescendo, a perseguimento d’un climax che se, da un lato, evidenzia facoltà grandattoriali in Battiston, dall’altro, pone a rischio d’eclissi la lirica, obliterando il senso dell’intera operazione.
 
Italy è un testo prezioso, intenso e soffiato, che nella dimensione d’un narrare piano denota, a nostro parere, la piena efficacia d’una versificazione urgente: spezzarne il flusso pare già comprometterne la compattezza; di certo, farne trampolino di virtuosismo declamatorio mina del tutto lo spirito intimo del dettato. E, non a caso, proprio il bis offerto dai due comunque validissimi artisti, la celebre Dieci agosto musicata da Testa e proposta in un canto a due voci, ci pare il vero colpo di coda dello spettacolo, spunto d’interesse a unire, più e meglio, coraggio e riuscita.



Tags: Gianmaria Testa, Giovanni Pascoli, giuseppe battiston, Igor Vazzaz, immigrazione, Italy, recensione, Sacro all'Italia Raminga,
01 Marzo 2012

Oggetto recensito:

Italy. Sacro all’Italia raminga, di Giovanni Pascoli, con Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa

Prossimamente: Terranuova B.ni (Ar), T.Le Fornaci, 29/2; Lendinara (Ro), T.Ballarin, 21/3; Scandicci (Fi), T.Aurora, 22/3
 
Visto a: Barga, Teatro dei Differenti, 12 gennaio 2012
 
Il titolo del poemetto: da pronunciare rigorosamente con l’accento finale, "Italì", alla maniera degli emigranti, poiché tale è la declinazione fonetica usata dal poeta nel testo
 
Il testo di Italy, su fondazionepascoli.it

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