POLITICA INTERNAZIONALE
Leadership mondiale: è giallo
Chi prevarrà nell'asse Usa-Cina e guiderà il pianeta? Il G2 visto dalla parte di Hu Jintao
di Mimmo Càndito
Hu Jintao in Liberia, courtesy internationalrivers.org
Il viaggio di Obama in Cina è stato analizzato quasi esclusivamente in un’ottica “occidentale”, cioè diretta a individuare quali siano stati i vantaggi (se ve ne sono stati) per la strategia politica del Presidente americano. Appare allora interessante rovesciare l’ottica di riferimento, e porsi dalla parte di Pechino: che cosa voleva la Cina da questo incontro, che cosa è riuscita ad ottenere.
Per comprendere bene, si devono inserire i risultati in un quadro di strategie globali. Che erano (e sono): per gli Usa, la definizione e il consolidamento di un processo di stabilizzazione degli equilibri internazionali; e per la Cina, all’opposto, il mantenimento di una condizione di instabilità controllata.
Washington, infatti, sebbene trascinata oggi in una fase di transizione politica ed economica i cui esiti non appaiono affatto certi, mantiene una incontestabile leadership mondiale, poiché si presenta tuttora come l’unica vera grande potenza a livello planetario: si possono manifestare anche condizioni di crisi – basti pensare alla gestione difficile dell’exit strategy dall’Afghanistan, o al lungo e spossante negoziato sul nucleare iraniano – però questo rientra nel profilo degli “incidenti” che soltanto una grande potenza globale deve affrontare. Dunque, il suo obiettivo è la “pacificazione” progressiva delle aree di crisi, in modo che le turbolenze che è costretta ad affrontare non turbino eccessivamente la sua capacità di leadership.
Pechino, invece, sebbene trascinata a un ruolo sempre più globale da un ritmo di espansione economica incapace di decelerazioni e da una dimensione demografica e geografica che ne fa il nucleo del nuovo motore storico che si è ormai attivato nel Pacifico, si trova a dover proiettare questa transizione in un trend che deve consolidarsi ancora, soprattutto attraverso profonde riforme del proprio sistema-paese, prima di potersi garantire stabilmente il ruolo di Grande del pianeta. Le instabilità che registrano le relazioni internazionali le garantiscono che il suo competitor americano resti intrappolato in una rete di incertezze, e finché questo durerà il competitor sarà costretto a investire risorse strategiche nel tentativo di liberarsi dalle maglie di quella rete.
Così tracciate le linee generali di espressione degli interessi politici dei due interlocutori, non vi sono dubbi che i risultati del vertice premiano il disegno strategico cinese e lasciano con una ben magra soddisfazione gli interessi americani. Pechino ha potuto infatti far registrare al mondo intero che ormai gli Usa considerano la Cina il partner obbligato del futuro direttorio del pianeta: Jintao ha cioè costretto Obama ad attribuirgli lo status di Grande prima ancora che questo consolidamento si sia realizzato totalmente. In più, se si tiene conto del valore che nella cultura (anche la cultura politica) cinese ha la dimensione del Tempo, proiettata sempre in un orizzonte di lungo-lunghissimo periodo, ben diverso dalle urgenze della velocizzazione che ha cultura del mondo industriale e post-industrale dell’Occidente, si può apprezzare quanto la “lentezza” cinese abbia saputo ricavare di soddisfacimento e di conferma da un vertice che non ha prodotto molto di più del riconoscimento ufficiale che la Cina – perfino la Cina tuttora in transizione – è il solo avversario con cui gli Usa devono misurare la propria leadership globale.
Tags: cina, G2, Hu Jintao, Mimmo Càndito, obama, Pechino, vertice,
26 Novembre 2009
Oggetto recensito:
VERTICE USA-CINA
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