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LIBRI - NARRATIVA

Il vangelo della scimmia, parabola sulla bestialità

Una scimmia ingioiellata sbarca su un'isola abitata solo da discendenti di galeotti: c'è chi la vuole far sposare alla figlia, chi la considera un vero intellettuale. Con Christopher Wilson che gioca al filosofo settecentesco, un nuovo romanzo su uomini e animali


di Dario De Marco

 


Però, che cosa curiosa: ultimamente si moltiplicano i libri che hanno come protagonisti le scimmie. Romanzi eh, non saggi. Come se le ultime scoperte scientifiche in tema di sensibilità (e conseguenti diritti) degli animali ci stessero portando a pensare che è possibile elevare uno scimpanzé a livello di personaggio letterario. Come quando rivalutiamo quel cugino di campagna che avevamo sempre considerato un po' tonto, e scopriamo che se è così taciturno non è perché non ha niente da dire, ma perché ha capito prima di noi che nella maggior parte dei casi, forse, non vale la pena dirlo. 
 
Qualche mese fa era uscito, e avevamo recensito, Senza colpa di Felice Cimatti. Che in apparenza con Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson non ha molto a che spartire. Quello è un “noir etologico” ambientato in un centro dove con le scimmie si fanno crudeli esperimenti psicologici. Questo è una sorta di apologo para-illuminista, che a volergli trovare una collocazione storica non dovrebbe essere neanche considerato romanzo, tanto è volutamente fané per stile, ambientazione e intenti.
 
Su un'isola in mezzo all'oceano, abbandonata in un imprecisato Altrove geografico e temporale, vive una bizzarra comunità rigidamente organizzata in forma gerarchica. C'è il lord che, programmaticamente, ha lo stesso nome dell'isola; c'è il prete ossessionato dal sesso che predica purezza e castità; c'è l'intellettuale, che possiede ben cinque volumi, e li ha anche letti tutti; c'è il ricco commerciante, talmente grasso che lo devono trasportare quattro uomini pure per andare da una stanza all'altra. C'è poi l'anonima folla della gente comune; e un gradino sotto tutti c'è la pazza, sporca stracciona e invisibile. 
 
Arriva una scimmia, che già di suo è un po' umanizzata, perché viene da una nave in cui era una sorta di mascotte, vestita ingioiellata e coccolata. Solo che la comunità che vive dell'isola, si scopre a un certo punto, non è una comunità immaginaria, ma è una comunità emarginata: nel senso che gli abitanti sono i discendenti dei reclusi in una colonia penale. Questa brava gente, dunque, è un po' come il gorilla della canzone di Brassens/De André: non ha veduto mai una scimmia, potrebbe fare confusione.
 
E infatti pensano che sia un uomo, e fanno un casino del diavolo. Prima proiettano se stessi sulla povera bestia: l'intellettuale prende i suoi silenzi per profonda riflessione e disprezzo delle banalità, e riesce a intavolarci delle discussioni filosofiche, diventandone una specie di portavoce. Il commerciante pensa subito di accasare la figlia con un personaggio di pari dignità e sostanza economica. L'unica che istintivamente riesce a costruirci una relazione un minimo sensata è la pazza, che interagisce con la scimmia a base di grooming e sesso. Ma poi tutti devono fare i conti con l'irriducibile diversità dell'ospite: grugnisce, non porta i pantaloni, ha peli dappertutto. Deducono che sia uno straniero dagli insoliti costumi, e quindi la scimmia diventa il Francese. Il che però non la salverà dalle diverse brame di ognuno, né dall'inevitabile tragica fine. 
 
Per un attimo non consideriamo la trama né lo stile (il calco del sarcasmo settecentesco sarà stato arduo da scrivere – e da tradurre – ma rischia di esserlo ancor di più da fruire: ormai noi lettori postmoderni siamo troppo cinici, già dobbiamo sforzarci di sorridere quando leggiamo Voltaire o Swift, e li tolleriamo giusto perché sono veramente d'epoca). A pensarci bene, si diceva, un elemento di fondo in comune Il vangelo della scimmia e Senza colpa ce l'hanno: è quello di usare le scimmie come uno specchio, di parlare degli animali per parlare di noi umani. Che in ogni caso, indovinate un po', non ne usciamo benissimo. Ed è inutile chiamarsi fuori pensando che vabbè, quelli di Cimatti sono ricercatori pazzi e questi di Wilson pronipoti di galeotti. Siamo della stessa razza, bestie.



Tags: animali, Christopher Wilson, Dario De Marco, etologia, Felice Cimatti, Filosofia per dame, Il vangelo della scimmia, jonathan swift, meridiano zero, recensione, Senza Colpa, settecento, voltaire,
15 Aprile 2011

Oggetto recensito:

Christopher Wilson, Il vangelo della scimmia, Meridiano Zero 2011, p. 160, euro 13

L'autore: vive a Londra, ha scritto sette romanzi, ha un Ph.D. in psicologia dell'humour, ha insegnato scrittura creativa in carcere 
Il libro: uscito in Inghilterra nel 1986, con il titolo Gallimauf's Gospel (Gallimauf è il filosofo dell'isola)

giudizio:



7.679997
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