
Oggetto recensito:
Colpito dalla censura del mercato,fatto a pezzi e salvato a frammenti dalla critica militante (di cui rilieviamo con divertita ironia il vario modo di tradurre il titolo dei racconti di Yamamoto che ispirarono Kurosawa: si va da Una città senza stagioni di Kezich a Un quartiere senza stagioni di Morandini a La città senza stagioni di Grazzini (che addirittura promuove l’opera a “romanzo”), infine a Quartiere senza sole di Aldo Tassone, l’unico a rendere giustizia a titolo, film e accenti, indispensabili per l’onomatopéa) Dodés'ka-dén è il film degli anni difficili per la storia personale e artistica del regista, ma forse proprio questo fa sì che produca un’opera così innovativa e acuminata, che nulla concede a facili sociologismi e travalica di parecchie misure un certo modo di fare cinema di quegli anni, anticipando scenari di deprivazione,violenza,vuoto morale ed esistenziale, insomma vite underground, che nel cinema odierno rappresentano a pieno titolo una certa condizione umana, e non solo nel cinema (arti visive, letteratura e musica non sono da meno). E allora si capisce il rifiuto, all’epoca, l’impossibilità di entrare nei meccanismi di quel certo modo di fare cinema che usava codici così stranianti, inusitati, disturbanti, al punto che si tentò perfino di eliminare la storia dell’homeless visionario col piccolo figlio che muore, uno dei momenti più belli e strazianti del film. Del resto, è condanna e grandezza del genio anticipare i tempi, e le “schiere di ammiratori odierni” di cui parla Tassone gli rendono giustizia. Una bidonville di Tokio ricostruita sul set, con scenari dipinti a colori, dice Bernard Cohn, “antinaturalistici e fantastici”, che commentano a contrasti forti le scene e ne accentuano valenze semantiche a cui è perfettamente complementare il commento sonoro di Takemitsu, storie minime di convivenza fra “dannati della terra” che s’intrecciano in uno spazio claustrofobico, una piazzetta con comari in cerchio intorno ad una fontanella dove si lava e ci si lava, si commentano i rari passanti, fioriscono pettegolezzi e si trascina il giorno fra rifiuti di archeologia industriale, mentre passa sferragliando di tanto in tanto il minus habens Rokuchan, convinto di condurre un tram scandendo il metallico rumore delle lamiere……..Dodés'ka-dén, Dodés'ka-dén……. Interni di baracche che riflettono gli abitanti, in un rispecchiamento puntuale di scelte di vita che vanno dal tentativo di décor piccolissimo borghese dell’impiegato Shima e sua moglie, orrida virago ma anche angelo del focolare per il marito (l’origine dei suoi tic nervosi non è un problema per lui), all’antro del solitario monomaniaco tagliuzzatore di tessuti, chiuso in un silenzio di morte, albero secco e senza vita come quello che spunta davanti alla sua porta, al rassicurante monolocale del signor Tamba, capace di smontare chiunque con inaspettati interventi a metà tra ironia e antica sapienza. Il rumoroso disordine delle baracche delle due coppie di “scambisti” dedite all’alcool fa da contrappeso all’ordine maniacale del laido zio che stupra la dolce Katsuko, schiava muta per cui la tenerezza del ragazzo delle bottiglie è un bene troppo grande per aspettare che finisca da sé. E lo accoltella. Ma si può anche non avere neppure una baracca e dormire nella carcassa di una macchina da cui sognare la casa in collina con piscina, e vederla crescere fantasticamente ogni giorno, a partire dal cancello stile inglese, o forse liberty, fino al porticato, dove il bambino potrà giocare o sostare a leggere. Stupefacente il linguaggio colto dell’homeless e ancor più la dolcezza comprensiva e diligente del bambino. La piscina, unico intervento del piccolo sulla fantasia del padre (una maschera espressionista di rara efficacia) sarà la fossa dove verrà deposta la piccola urna bianca con le sue ceneri. La tecnica della ripresa con la macchina fissa, prevalente in tutto il film, peraltro ampiamente tagliato rispetto alle quattro ore originali, ci consegna un’idea di tempo fuori del tempo, fra delirio e realtà, senza prospettive e dunque senza durata. Uno sguardo in un girone d’Inferno dove si fugge nell’immaginario, nel silenzio, nell’alcool, nella demenza. O nella quotidianità, comunque sia, che può perfino apparire l’unica forma di vita possibile a chi è stato negato tutto______________________Dodés ‘Ka-dén, Giappone, 1970, durata 130’ di Akira Kurosawa con Yoshitaka Zushi, Kin Sugai, Kiyoko Tange, Junzaburo Ban, Michiko Hino
Commenti
Invia nuovo commento